lunedì 17 giugno 2013

Open Source e Software Proprietario Modelli di business a confronto

Parliamo del “vil denaro”. Parto subito con una premessa: io non penso che il denaro sia buono o cattivo; penso invece ch'è come un coltello, può essere usato per sfamare le persone o per tenerle in ostaggio. La differenza la fa la mano che lo stringe.
Nel precedente articolo abbiamo visto la contrapposizione tra copyleft e copyright.
Ora, come facciano le aziende che ricorrono al copyright per ricavare profitti è noto a tutti: mediante l'esclusività del prodotto o le royalty (somme di danaro da parte di chiunque effettui lo sfruttamento di detti beni con lo scopo di poterli sfruttare per fini commerciali e/o di lucro).
A questo punto la domanda sorge spontanea: se il copyleft non permette l'esclusività del prodotto e non ricorre alle royalty, come riesce a fare business?

Qui l'argomento è molto vasto e non sempre d'immediata comprensione.
Quindi tralascerò alcuni aspetti di carattere macroeconomico per concentrarmi su quelli più vicini all'utente finale.

I contenuti aperti (riferito sia al codice che ai contenuti veri e propri) sono solitamente sviluppati da due gruppi principali: i volontari e coloro che sono pagati per farlo. Spesso queste due cose coincidono, ad esempio uno sviluppatore può essere pagato per immettere nuove funzioni in un software e contemporaneamente svilupparne altre per il suo interesse o collaborare ad altri progetti.
Quindi non lasciatevi ingannare dalla parola “volontari”, non è sinonimo di basso livello qualitativo. Anzi analisi sui codici e sui contenuti hanno dimostrato che il prodotto finale è qualitativamente paragonabile ai prodotti proprietari ed in alcuni aspetti superiore.

Il prodotto non è più il software, ma il servizio ad esso correlato. Ad esempio nell'installare un server GNU/linux non pagherete un costo di licenza per il software su di esso implementato, ma solo il servizio d'installazione e manutenzione. Non è molto diverso da quello che poi è l'ambiente della medicina, dove non paghi la “ricetta” in quanto pezzo di carta, ma il servizio offerto dalla struttura.