sabato 3 gennaio 2015

La Sindrome da Burn Out

Autore: Marco Cicconetti

Nell’articolo Quality Of Life in medicina abbiamo parlato della Sindrome da Burn Out e degli strumenti utili a riconoscerla.

La sindrome da Burn Out  viene definita dall’ICD 10 come uno stato di esaurimento fisico ed emotivo. Visto il notevole interesse, ma anche la difficoltà e la delicatezza, della patologia abbiamo preferito approfondire l’argomento con il dott. Gerry Grassi, psicologo, psicoterapeuta e direttore del Centro di Ricerca In Psicoterapia Terapie Innovative Brevi particolarmente esperto in questo campo.

Partendo dalla considerazione che i cosiddetti “helper” sono persone che per forma mentis sono più propense a dare aiuto che a riceverlo, c’è la possibilità di affrontarla da soli?


Si, lo possiamo affrontare da soli, a patto però di trovare un equilibrio tra i vari ambiti, secondo le nostre esigenze. La priorità per questo problema è soprattutto quella di mantenersi  efficienti e impegnarsi in diversi ambiti della vita. Un modo di vivere limitato e condensato  unicamente sull’aspetto della prestazione, che trascura gli altri settori aumenta il rischio di un burn out. Nella nostra visione il modo più adeguato per ridurre il rischio è quello di coltivare dei propri “scrigni” di piacere personale che non siano necessariamente connessi con la dimensione professionale. In questo senso, lo sport o le attività ricreative possono sicuramente essere di grande aiuto. Un altro aspetto molto importante è considerare le eventuali problematiche personali anche di carattere clinico che possono andare ad aumentare la probabilità di insorgenza del burn-out.


Quinidi quale pensa sia la strategia migliore per affrontare il problema?
Dal nostro punto di vista il modo migliore per affrontare un problema come questo è ridefinirlo come una opportunità e non solo come un problema. Il punto di partenza è analizzare l’incastro per cercare di modificarlo nel minor tempo possibile partendo dal presupposto che nella maggior parte dei casi “ognuno subisce il futuro che si è costruito”. Può apparire come una visione “depsicologizzante” e cinica ma in un ottica pragmatica risulta essere quella che riconosciamo come la più funzionale per produrre dei cambiamenti. Affrontare le difficoltà della vita per superarle, ecco cosa è importante. Varcare i limiti e utilizzare anche quelle che sembrano essere delle perturbazioni.
Ricordiamo un caso di un signore che era appunto “andato in burn-out” e le conseguenze di questo problema lo avevano condotto a una grave depressione con conseguente perdita del lavoro stesso. Dopo aver effettuato la terapia questo signore ricominciò a fare la cosa che amava di più da ragazzo cioè dipingere. Oggi vive di questa sua passione e ringrazia “la sindrome da burn out” per avergli permesso di riorganizzare la sua vita in questa forma assolutamente più evoluta e piacevole.

Come inquadrate ed affrontate la problematica nel vostro Centro di Ricerca?
Nel nostro Centro di Ricerca tendiamo a ridefinire il burn out come un punto di partenza più che un punto di arrivo. Non consideriamo esclusivamente il burn out per coloro che si occupano di professioni finalizzate ad aiutare gli altri ma tendiamo a pensare che possa essere una dinamica che si sviluppa anche in altri ambiti.
Nel caso in cui ci sia una marcata incapacità relazionale del soggetto cerchiamo di sviluppare le risorse necessarie per potersi fortificare e sopportare meglio gli “urti” che determinate circostanze professionali possono produrre.
Non possiamo non prendere in considerazione alcuni casi nei quali è marcato un disturbo clinico che sicuramente contribuisce all’insediarsi della sindrome.
Proviamo quindi a osservare il burn out da un ottica diversa. Il burn out è un segnale, è uno stimolo e può essere l’inizio di un cambiamento che finisce con il migliorare la qualità della nostra vita. Il trucco è sempre “utilizzare” ciò che ci accade per renderlo utile.

Citando Jack Welck "Cambia prima di essere costretto a farlo"

Fonti

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